Intelligenze e didattica delle lingue

Intelligenze e didattica delle lingue

Autore: 

Bologna, EMI, 2008

Molti studenti terminano gli anni dell’obbligo o le superiori convinti che la sorte non abbia concesso loro il dono di essere portati per le lingue. C’è anche chi esce da scuola con una percezione di sé meno drammatica e crede che le sue competenze rientrino nella media. Basta però poco a scalfire la sua presunzione. Per esempio, un incontro con un coetaneo o una coetanea straniera con cui desidera stringere amicizia, e a fronte della perspicacia dell’altro o dell’altra, si accorge che le sole parole spontanee sono: Could you close the window, please?; Open your book at page sixty-nine, please; Could you clean the blackboard, please? Si tratta, in entrambe le circostanze, di un pensiero tutt’altro che innocuo, che avvolge la lingua di un alone opaco ed estraneo, la rende ancora più straniera di quanto non lo sia. Se il grembo della lingua materna è caldo e rassicurante, il seno della lingua straniera appare matrigno: così il francese è una lingua inutile e sdolcinata, il tedesco è freddo e cacofonico, l’inglese è impronunciabile e povero (sic!)! La prospettiva di Torresan, sulla scorta della teoria di Howard Gardner, vorrebbe correggere il tiro del ragionamento di cui sopra. Se educare è condurre verso, portare a (ex ducere), Torresan vorrebbe che l’educazione linguistica si risolvesse nel dotare gli studenti di zattere, ciascuna pensata su misura, per traversare il guado che separa la sponda della parola da quella della lingua, il terreno dell’estraneità da quello della confidenza. Per fare ciò una consapevolezza è fondamentale: che tutti siamo diversi e impariamo in modo diverso gli uni dagli altri. La straordinaria somiglianza tra il corpo e la mente ci viene in aiuto. Tutti possediamo un naso, orecchie, una bocca, occhi, gambe, piedi, ma c’è chi è più alto e più basso, che ha un naso aquilino e chi ce l’ha a patata, chi ha le orecchie a sventola e chi no, chi che ha resistenza a correre e chi si ferma anche mentre passeggia col cane. Così, in classe, c’è chi impara meglio quando è emotivamente coinvolto, chi assimila più velocemente i suoni e l’intonazione, chi astrae le regole spontaneamente, chi non sopporta domande e scelte multiple, chi si lascia distrarre dal minimo pensiero quando lo vorremmo concentrato, chi rinasce al prender parte a un’attività teatrale e chi sbuffa quando gli chiediamo di scrivere un composizione a tema libero. Dotare gli studenti di una zattera significa semplicemente investigare le differenze individuali, e quindi agire di conseguenza. Uno strumento di indagine buono è, appunto, la teoria delle intelligenze di Howard Gardner, che dichiara l’esistenza di strategie cognitive universali e relativamente autonome. In altre parole, ciascuno, al nascere, è portatore di un fascio di intelligenze. Col tempo, per via di spinte interne (la genetica) e esterne (l’ambiente), il suo profilo si va plasmando in una forma unica e singolare, tanto che, già in età prescolare, sono visibili a occhio nudo le aree di forza e le aree di difficoltà. Sebbene differenti e per quanto ad alcuni la traversata risulti più rapida e agile, tutte le zattere – tornando alla nostra metafora – sono solide e ben costruite, e ugualmente possono lasciarsi portare dalla corrente. Che è lo stesso che dire che ciascuno a suo modo, ovvero per mezzo delle strategie che gli risultano più consone, è portato per la lingua, non fosse altro che per il fatto che già ne parla una. Un libro caratterizzato da ottimismo, si potrebbe dire; eppure poggiato su solide basi scientifiche. La ricostruzione del pensiero di Gardner è puntigliosa, l’adattamento della teoria alla classe di lingua è originale, così come appare inedita la demarcazione segnata tra il concetto di “intelligenza” e quello di “stile”.

magreta27@tin.it
Università di Venezia

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